domenica 5 agosto 2007

Per lei la vita è volontà di potenza

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martedì 24 luglio 2007

Una questione di gusto

Mi incuriosiscono sempre i nick di coloro che frequentano i forum o le chat, e spesso ne domando il significato. Ignoro invece i profili, perché raramente ci rivelano qualcosa di chi li compila. Spesso sono semplici, noiosi elenchi. E, generalmente, quanto più sono dettagliati tanto meno sono utili. Perché nei profili le pulsioni non hanno freni: uno ama leccare le suole delle scarpe, l’altro va pazzo per gli abbigliamenti fetish, quello per il fisting, quell’altro per lo spanking, e quell’altro ancora per tutt’e due. Embè? Chi c’è dietro quelle pulsioni?

D’accordo, cerchi una dea in latex che ti calpesti e ti prenda a ceffoni. Auguri. Ma tu chi sei? Come vivi? Che idee hai? Che studi hai fatto? Lavori? Leggi i giornali? Vai al cinema? Cosa pensi dell’amministrazione Bush? Che cosa ti viene in mente se qualcuno nomina la Baia dei Porci? Una spiaggia per vecchi e ricchi puttanieri? Tutte queste cose un profilo non le dice.

Il nick è più loquace perché, a differenza del nome con il quale siamo registrati all’anagrafe o del soprannome che ci hanno affibbiato gli amici, ce lo siamo scelti noi. Un nick è, in qualche misura, uno specchio della nostra personalità (piccolo come quello che usano le donne per rifarsi il trucco ma pur sempre uno specchio). E naturalmente, non è detto che rifletta una bella personalità. Ma i nick mi interessano pure perché sono simili a un disegno o a un volto: parlano in modo sintetico, lasciando trasparire anche ciò che vorremmo tacere.

Certo, moltissimi nick sono rivoltanti. Prenderei a pedate tutti quelli che invece di uno pseudonimo si sono scelti un’etichetta: feticista, masochista, feticista-masochista, feticista-dei-piedi, feticista-delle-mani, feticista-masochista-cuckolded, slave-feticista-sanfedista-coglione… Una mia amica ce l’ha in particolare con i sub: dice che le ricordano quelli che fanno immersione e, a immaginarseli davanti con la muta addosso, la maschera e le pinne, le viene da ridere. Ma lei è di animo generoso. A me sub fa venire in mente subnormale.

Il mio amico axel mi rimprovererebbe che non è bello ironizzare sulle fantasie altrui. Ma, in realtà, io non ho niente contro le fantasie. Anzi! C’è uno che va raccontando, un po’ in tutti i siti, che gli piace farsi passare il ferro da stiro caldo sopra il corpo. Forse ha ragione Miss-Monica a dire che è matto. Ma a me è simpatico, perché ha raccontato una cosa che non avevo letto prima e lo ha fatto senza chiasso (anche se, intendiamoci, io dico la safeword se solo mi si chiede di stirare le camice).

Insomma, è il modo in cui certe fantasie vengono espresse che mi suscita il riso, e allora non resisto: perché esibizione e ingenuità sono sempre una colpa. La mancanza di gusto, di stile, di educazione, di civiltà è segno che la persona in questione non ha fatto nessuno sforzo per migliorarsi: magari ha scolpito il suo fisico (come usano dire oggi i rotocalchi femminili), ma non ha saputo scolpire il suo intelletto.

C’è, però, anche chi sa essere relativamente esplicito e originale nello stesso tempo. Faccio due esempi. Uno è sottobosco. Si è scelto un nick evocativo, che in una chat normale apparirebbe enigmatico ma in una femdom room non lascia adito a dubbi sulle sue tendenze. Però nel sottobosco nascono tanti buoni frutti, e il nick suggerisce che nel suo animo c’è molto da scoprire. Mi è simpatico. A una donna capace di leggere nella mente di un uomo, uno così non passa inosservato.

L’altro nick è gonnarosantico. Questo è ancora più chiaro. Si capisce subito che a quest'uomo interessa il travestitismo. Però lo dice con eleganza, usando una sineddoche: la parte per il tutto. Non mette davanti la sua pulsione. Offre piuttosto se stesso, e se ne sta lì, con grazia, ad aspettare come farebbe una cameriera d’altri tempi. Una padrona, leggendolo, se lo può immaginare vicino, pronto al suo servizio, già bell’e abbigliato. Peraltro, ha scelto un bel colore (che talvolta in chat cambia, dimostrando di avere un ampio corredo non solo di abiti ma anche di idee). È la servetta giusta per una signora un po’ aristocratica.

(foto theFrenchMaids.net)

sabato 14 luglio 2007

La grande donna nuda di Lachaise

La fotografia qui accanto raffigura una statua di Gaston Lachaise, ospitata nel giardino delle sculture del Museum of Modern Art di New York (il MoMa): in assoluto, uno dei posti più belli al mondo dove andare. La statua, in bronzo, è del 1932, s’intitola Standing Woman, è alta circa due metri e trenta centimetri, e larga oltre un metro. Ne parla anche Gloria Brame in un suo articolo che si può leggere in traduzione su Femdom Italia.

Perché mi piace questa scultura? Anzitutto per le sue dimensioni e la sua gravità: questa donna nuda si colloca con decisione nello spazio, e lo riempie di sé. Non guarda in alto, verso il cielo: non le importa niente dei mondi superiori, non ha niente di spirituale. È pura materia e vive totalmente in essa. È materia nel senso odierno, quasi tecnico, del termine (tanto gradito alla critica d’arte contemporanea). Ma lo è anche nel senso originario, pagano, di sostanza prima da cui sono formate le altre.

Già. Materiam, manum, matrem: sono tutti termini collegati fra loro dalla medesima radice. La materia appartiene all’ambito di ciò che è misurabile (non a quello delle idee): ha un’estensione, un peso, una forma, una consistenza, un contorno… Può essere toccata, accarezzata, manipolata... È così perché è stata generata: dalla natura o con mano. Se le idee hanno bisogno di un principio paterno, maschile, la materia non può fare a meno di un principio materno, femminile.

Ecco, il significato di questa “donna nuda” – come la chiama semplicemente la Brame – sta qui, nell’immagine di questa madre che plasma la materia. Anzi, l’ha già plasmata, e ora non ha nemmeno bisogno di contemplarla. È raccolta in se stessa, paga della sua grandezza, piantata nel suolo e con il capo che sfiora le nubi, come le vette delle montagne, giacché lei stessa è una montagna.

Ma perché è così “calma” la signora di Lachaise? Perché, per quanto intimamente nuda, non prova alcuna vergogna? Perché nella sua assoluta nudità fisica ci appare più potente delle tante regine della pittura rinascimentale avvolte in sontuosi vestiti?

Perché questa signora è cosciente che i nostri destini discendono da lei: è una donna in “carne e ossa” con gli attributi femminili splendidamente ingigantiti e, nello stesso tempo, è la Dea Madre, la Madre Terra, il principio vitale per eccellenza, l’origine carnale e intellettuale dell’umanità e dell’universo. Non a caso è tanto più grande di noi! Ci è superiore nell’aspetto fisico e ci è superiore per la potenza creatrice che si sprigiona dai suoi larghissimi, incantevoli fianchi… Che voglia di abbracciarla, di stringerle le ginocchia!

La signora di Lachaise è l’essere oltre misura che genera ciò che è misurabile. Eh sì, come per tante civiltà antiche, anche per Gaston Lachaise, l’origine della vita è femmina. (Anche femmina è una gran bella parola: è probabilmente da collegare a foetum e a fecundum, e indica colei che fa essere e che nutre. Insomma colei che dà origine alle cose e agli uomini.)

Ma questa imponente signora è una madre buona o una madre cattiva? Né l’una né l’altra. La “donna nuda” di Lachaise vive in un mondo che precede ogni altra cosa: viene prima della storia, prima della cultura, prima della guerra dei sessi, prima di tutto. È un mondo che sta “al di qua” del bene e del male. E che non ha ancora fatto la conoscenza di quell’altro gigante che fu Friedrich Nietzsche: un mondo che non conosce il crepuscolo degli dèi, perché in esso gli dèi non sono ancora nati. Lei non li ha partoriti, ha partorito solo uomini: esseri, come lei, immensamente superiori al più maestoso degli dèi.

Sì, dobbiamo percorrere a ritroso la storia dell’umanità, se vogliamo sbarazzarci dei luoghi comuni che ci accecano anche nei fatti più banali dell’esistenza quotidiana. Bisogna avere il coraggio di compiere quella “regressione lungo i gradi dell’essere” di cui parlava Pasolini, per riscoprire la verità della nostra storia e della nostra anima. Chi ritorna da un lungo viaggio nel passato, dopo aver rivissuto tutte le tappe della nostra civiltà, sa che non c’è nulla da temere ad abbandonarsi a quel flusso amorevole che è l’eros. E ciò qualunque sia la forma che esso ama prendere nel suo imprevedibile percorso.

venerdì 6 luglio 2007

Al diavolo gli zerbini... (se sa cosa farne)

Ogni tanto qualcuno, leggendo quello che scrivo nei forum o in chat, mi domanda: ma tu non sei slave? E, regolarmente, mi tiene una lezione su come dovrebbe comportarsi un bravo schiavo per fare la felicità della sua padrona, e soddisfarne ogni desiderio o capriccio. Perché la volontà di una padrona è legge. Già, però, io non sono slave. Sono masochista! Porca puttana, non è la stessa cosa.

Fondamentalmente, della sottomissione non me ne frega niente. O, almeno, non me ne frega niente di quel tipo di sottomissione che nei forum SM viene presentata come ideale. E ancor meno, se possibile, me ne frega della sottomissione come stile di vita.

Anzi, mi girano i coglioni se vedo un uomo atteggiarsi a zerbino; mi fanno schifo vermi, insetti, umili, inetti e incapaci. Scoppio a ridere se qualcuno accenna a parlare di superiorità femminile. Mi guardo bene dal porgere l’altra guancia se ricevo uno sgarbo (semmai pecco per eccesso di difesa: restituisco più dell’offesa subita) e, se devo mandare a cagare un deficiente, lo faccio con gusto, senza complessi di colpa. Be’, no, questo non è vero: lo mando a cagare, poi però i complessi di colpa li ho, eccome. Tutto considerato, sono per natura un uomo gentile e affabile.

mercoledì 27 giugno 2007

Strap-on: lei non sente niente

Questo brano è tratto dal blog di Bitchy Jones, una donna dominante inglese che a me è molto cara e che ha un grande merito: sa parlare chiaro. In questo articolo si occupa dello strap-on, una fissazione di molti slave.


Fuck Me

He hasn’t asked yet – so I suppose that’s a tick in the good boy column - but I know he will. They always ask me this. The big question. The one I always get sooner or later. This one:

Do you have a strap-on?

*deep breath* No, I don’t. And it may surprise you to learn this, but they actually aren’t compulsory. They are also rubbish. And here I shall outline why I think strap-on play is a bunch of fucking crap and has absolutely nothing to do with a dominant woman taking her pleasure from a man and, as is often the case, my voice will be like a plaintive howl in the wind. I am the Cassandra of female domination.

Because, yes, strap-ons, aren’t they great? Aren’t they the bloody business? Flick a few straps and you have a big butch penis with which you can bugger your merry way about the place.

Actually, no. Strap-ons fucking suck.

You see, the problem with strap-ons is, they are not actually part of my body. No matter how good the harness is, they’re not actually attached to my central nervous system, which, forgive me, is kind of the big deal with the penis. Some of you have got one, right? You know how it’s got all those nerve endings? You know how it’s all sensitive? You know how that’s kind of the whole damn point?

Is that clear? Want it clearer?

I. Cannot. Feel. Anything.

Bitchy Jones
http://bitchyjones.wordpress.com/2007/03/24/fuck-me/





venerdì 15 giugno 2007

La felicità femdom

Confesso: sono di parte, addirittura fazioso. Mi piace il forum di Femdom Italia, perché lì mi sento a casa mia, e intervengo soltanto su quello. Ma leggo anche le pagine di altri kinky websites, e mi capita periodicamente di imbattermi in interventi accorati che mi toccano a fondo: sono quelli di coloro che sentono la propria vita incompleta e soffrono perché, anche quando hanno ottenuto molto, manca loro ancora qualcosa di fondamentale, la realizzazione della propria natura. E, magari, quella natura, la tengono segreta, perché sono sposati, perché se ne vergognano, perché semplicemente non hanno avuto l’occasione di lasciarla affiorare… A costoro mi sento legato da un sentimento fraterno. Perché quella sofferenza l’ho provata anch’io. Perché tutti, senza eccezioni, conosciamo l’angoscia. E in quell’angoscia c’è la nostra umanità.

È vero, spesso – molto spesso! – la sofferenza ci porta ad agire da sciocchi o ci rende vittime della frenesia. Ma, talvolta, la sofferenza ispira anche un gesto nobile, uno slancio di generosità nel quale mettiamo in gioco tutto noi stessi. Succede, talvolta, di apprezzare un tale gesto, assoluto e radicale, che qualche slave rivolge in pubblico a una persona prima che a una mistress.

Secondo me, quegli slave vanno presi a modello perché, per ottenere ciò che abbiamo a cuore, dobbiamo osare e correre il rischio di perdere la faccia. Ammiro le persone che sanno farlo e che si costringono a trovare il coraggio dentro di sé. Nessuno di noi, quel coraggio lo trova già bell’e pronto. Il coraggio è qualcosa che ci si dà, che si cerca, che ci si impone. Ammiro coloro che sanno lottare con le proprie timidezze e le proprie paure per dimostrarsi all’altezza della loro signora. Questi uomini sono degni di stima persino nella sconfitta, persino nell’errore. Perché sanno migliorarsi.

Incominciamo tutti a frequentare un sito per ragioni diverse. Ma fra le tante ragioni credo che ce ne sia una che ci accomuna: il desiderio o il sogno di una felicità femdom. No, non è un sogno facile da realizzare, non è mai facile realizzare i propri sogni: il mondo non è lì trepidante ad attendere il nostro arrivo. Però ciò non significa che bisogna rinunciare. Significa piuttosto che bisogna fare uno sforzo maggiore: di volontà, di fantasia, di intelligenza.

Quella felicità non è una chimera, esiste, si può costruire. Abbiamo il dovere di dirlo a chi per la prima volta si avvicina a questo mondo, spesso già carico di tante delusioni. Le donne sono più tolleranti e disponibili di quanto di solito noi crediamo. Ma bisogna imparare a rivolgersi loro nel modo giusto, che ogni volta è differente: non esistono ricette valide in ogni caso. Alcune di loro hanno scoperto la loro natura dominante durante l’infanzia, e hanno incominciato presto a coltivarla oppure hanno lasciato che si assopisse per farla riemergere al momento opportuno. Altre la scoprono più avanti, talvolta dopo un matrimonio finito male. Comunque quelle tendenze ci sono: non lasciamole sfiorire, proviamo a risvegliarle.

Certo, di solito ci avviciniamo a una donna dominante spinti dalle nostre fantasie o da un desiderio insoddisfatto (quante volte ce lo hanno rimproverato?). È sempre così, è naturale che sia così: se le nostre pulsioni non fossero così imperative non riusciremmo a scambiare neppure un saluto con una signora. Ma non fissiamoci sulle nostre private fantasie. Anzi, dimentichiamole: ci divertiremo di più. Lasciamoci guidare, impariamo piuttosto a essere ricettivi ai segnali della nostra signora e preparati a risponderle o ad anticiparla, se è il caso.

Come ogni altra relazione – anzi, per l’intimità e la complicità che si creano, forse più di ogni altra relazione (lei conosce alla perfezione il tuo corpo e il tuo animo, ti legge dentro, perché davanti a lei tu sei intimamente nudo, non potresti nasconderle niente neanche se lo volessi, ricordalo! ) –, un rapporto femdom può diventare una scoperta continua: giocando, ci accorgiamo che ci piacciono cose che prima nemmeno ci sognavamo che esistessero. È questo il bello di una relazione. È in questo modo che, giorno dopo giorno, si costruisce la felicità femdom. Ed è questo che rende un rapporto speciale e memorabile. Persino dopo che è finito.

venerdì 8 giugno 2007

Il potere della fantasia

Ma che cosa ci affascina davvero in una signora? Dolce Domina, in un articolo peraltro disilluso apparaso su Femdom Italia, ci consiglia di guardare in una Miss anzitutto queste qualità: “energia, esperienza, stile, fascino, modus operandi”.

Sì, quelle suggerite da DD sono qualità preziose.

C’è però un’altra qualità che io trovo formidabile, addirittura disarmante. È la fantasia, intesa nel senso più concreto del termine, come capacità di iniziativa, di trasformare gli oggetti, di inventare un gesto, una situazione, qualcosa che ti sorprende e ti lascia senza parole, non solo durante una sessione, ma anche al bar, al ristorante, nel foyer di un teatro, in compagnia degli amici…

Ogni volta rimango ammirato da quanto poco basti a certe donne dominanti per spiazzarti e coglierti alla sprovvista. Non hanno bisogno di molti attrezzi. Una frase, un semplice foulard, una cordicella, tutto nelle loro mani può diventare uno strumento di potere… Quando meno te lo aspetti, inventano qualcosa, spesso lì per lì, senza sforzo, senza pensarci sopra molto, e tu allora ti domandi: "Ma come ha fatto? Come le è venuto in mente? Dove le trova certe idee?" Allora davvero ti arrendi, e ti senti sottomesso anche nell'anima. Allora l'adori sul serio, non per gioco. Perché non puoi fare nulla, non hai nulla da rispondere. Perché tu non saresti mai stato in grado di pensare un gesto altrettanto bello, altrettanto adeguato, singolare, e così perfetto in quel determinato momento. Perché a te quella capacità di invenzione manca e al loro posto saresti prevedibile, monotono, scontato.

Oh, sì, certo, mi piacciono da morire anche le nostre attrezzature da castello medievale. Però, non sono quelle attrezzature che mi fanno sentire “schiavo”, che mi piegano all’autorità di una padrona. Sono invece le risorse della sua fantasia che, poi, è come dire le risorse della sua personalità ad avere realmente quell’effetto.

Perché, diciamocelo, se fossimo noi a condurre il gioco replicheremmo sempre lo stesso schema, una sessione sarebbe uguale all’altra. I feticisti del piede, i fanatici dello spanking, gli appassionati dello strap on, tutti ci preoccuperemmo soltanto di soddisfare la nostra mania e rimarremmo concentrati su quella dall’inizio alla fine, senza variazioni. La prima volta siamo felici, perché, dio mio, è vero, quanto abbiamo sognato quell'occasione, quanto l'abbiamo attesa! Ma che noia dopo un po', che noia una volta soddisfatto il capriccio! Non è forse così? Per carità, anch’io ho le mie fissazioni, i miei feticci, non faccio eccezione, non sono migliore di nessuno: ma da quando ho imparato a dimenticarmene mi diverto mille volte di più.

Con certe donne dominanti, invece, ogni istante è una sorpresa, ogni incontro o ogni conversazione una fonte di novità, persino quando ti tengono sulle spine, persino quando si negano. Nessuna esperienza è uguale all’altra. Ecco, se devo riconoscere una supremazia in certe donne (certe donne!) la riconosco in questa capacità, per la quale le invidio tanto perché a me manca. Chissà, forse siamo schiavi anche per questo, perché nel fondo della nostra coscienza sappiamo che non siamo in grado di condurre un rapporto e guidare un gioco altrettanto bene… In fondo, ci è più comodo essere schiavi. No, non mi fraintendete: lo so che tutti quanti interagiamo, nessuno di noi resta passivo, anche noi compiamo i nostri gesti, anche noi sappiamo sorprendere… Ma noi ci muoviamo sullo scenario disegnato da una Signora. Siamo pedine nelle sue mani. E' questa la differenza.

(Sopra, un dipinto senza titolo del sudcoreano Myung-Lae-Nam)